Il tema della sessualità è ancora vincolato a innumerevoli tabù che relegano un aspetto tanto importante della vita delle persone in uno spazio d’ombra. Il sesso diventa una cosa che si fa ma non si dice, c’è ancora fin troppo imbarazzo a discuterne e questo deriva dalla mancanza assoluta di un’educazione sessuale ed emotiva. Nonostante non sia qualcosa di cui vergognarsi essendo un bisogno naturale tanto quanto quello del nutrirsi, il processo di incorporazione culturale ha il suo inevitabile peso che ha reso il sesso un tabu.

È un punto fondamentale da comprendere quello degli schemi culturali che hanno condotto a una chiusura tale nei confronti della sessualità se si vuole sperare, un giorno, di poterla vivere e discutere apertamente così come si fa con tante altre cose. Il sesso, con tutte le sue sfumature, è parte indissolubile di chi siamo e ignorare parte di quello che rende la nostra persona tale è frustrante e innaturale.

Partendo da questo presupposto, introdurre in questo discorso quello della disabilità risulta ancora più complesso perché nell’immaginario collettivo una persona affetta da disabilità non fa sesso, non ha desideri, fantasie e pulsioni. Questo accade probabilmente perché viene identificato prima come disabile e poi come persona.

Rendersi conto di quanto questo sia fuorviante è un primo passo verso la comprensione delle dinamiche che necessitano un cambiamento.

Una persona HA una disabilità. La diversità c’è ma non può essere un limite invalicabile, la linea di demarcazione che sancisce cosa può e non può fare. Non c’è del buonismo nelle mie affermazioni, parlando di limiti mi riferisco a quelli che detta il contesto sociale e non la disabilità in sé perché, per portare un esempio, in riferimento all’assistenza sessuale, all’immobilismo di cui è vittima il Disegno di Legge N. 1442, il limite lo pone l’attuale scenario politico e sociale, non l’invalidità.

Conscia di quanto il discorso sia ampio, complesso e delicato ho pensato di discutere di disabilità e sesso con Stefano Laforgia, il proprietario dell’Aka, un locale di Roma.

L’idea è nata dalla volontà di sdoganare il binomio disabilità-asessualità e parlare di fantasie che accarezzano non solo i normodotati.

All’interno dell’Aka è possibile scoprire e vivere il BDSM in uno spazio sicuro e accogliente.

 

Prima di proseguire approfondendo il confronto avuto con Stefano Laforgia ritengo necessario soffermarsi sul significato del BDSM, una sigla che raccoglie una realtà composta da individui provenienti da quotidianità diverse prima ancora che dalle pratiche che la rappresentano.

Entrare in questo aspetto della sessualità sembra però essere meno complicato per tutti rispetto ad altri contesti perché la fisicità è vissuta diversamente. Improbabile incontrare qualcuno in sedia a rotelle in club privè ma è possibile farlo a eventi e manifestazioni BDSM, all’estero più che qui in Italia stando all’esperienza di Stefano ma l’Aka stesso è frequentato da persone in sedia a rotelle pur non essendo il locale totalmente accessibile.

Con fisicità vissuta diversamente mi riferisco non solo alle sensazioni e alle emozioni che scaturisco da un corpo ma al corpo in se che viene guardato, apprezzato e vissuto fuori dagli ordinari canoni prestabiliti. Una persona avente una disabilità fisica può immergersi nel BDSM per scoprirlo e scoprirsi senza che la propria diversità fisica sia oggetto di reale impedimento. Farlo però richiede una piena consapevolezza di se e dell’altro, come in ogni dinamica sociale d’altronde.

La consapevolezza è la chiave di molte cose e anche nella sessualità è fondamentale. Normodotati o no bisogna essere consapevoli dei propri limiti fisici e intellettivi, comprenderli e accettarli. Questa dovrebbe essere la base di partenza per ogni tipo di rapporto sano e nel BDSM emerge chiaramente l’importanza di questo aspetto poichè possono nascere situazioni in cui ignorare i propri limiti o quelli dell’altro creerebbe una situazione di immediato pericolo.

Un ponte da costruire, questa l’immagine proposta da Stefano per rappresentare l’incontro tra due persone che desiderano vivere un’esperienza BDSM e che si presta perfettamente a ogni altro aspetto delle relazioni: venirsi incontro è l’unico modo per poter avere un’esperienza appagante, sincera e sicura, che sia per una sera, per un evento o per la vita.

 

Inevitabile discutere di accessibilità quando si affronta il tema della disabilità perchè accessibilità significa riconoscere la parità dei diritti e conferire una piena dignità sociale. Sfortunatamente anche su questo fronte si è lontani dall’obiettivo del raggiungimento di una condizione di completa accessibilità a spazi e luoghi ed è possibile constatarlo semplicemente recandosi in strutture pubbliche, troppo spesso inaccessibili.

Se strutture preposte ad erogare servizi pubblici non hanno l’attenzione di rivolgersi anche a persone con disabilità figuriamoci quanto possano essere accessibili locali e associazioni finalizzate a offrire attività ricreative.

Con Stefano Laforgia è stato affrontato anche questo aspetto e risulta evidente come i numeri facciano la differenza. Non è prioritario rivolgere l’attenzione all’accessibilità perché non c’è una richiesta tale da spingere questo tipo di strutture ad attrezzarsi adeguatamente per accogliere tutti.

 

Può sembrare banale, si potrebbe essere spinti a credere che non sia la fine del mondo non poter accedere liberamente a eventi e serate in cui è la sessualità la protagonista se si ha una disabilità. Invece lo è per un motivo tanto importante da essere scritto nella Costituzione della Repubblica Italiana:

 

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [292, 37 1, 48 1, 51 1, 1177], di razza, di lingua [6], di religione [8, 19], di opinioni politiche [22], di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 

L’enorme problema però è l’educazione civica, assente. Così come scritto in precedenza in merito all’educazione sessuale anche in questo caso mancano completamente adeguati programmi da inserire nel percorso scolastico perché solo in questo modo sarà possibile avere un cambiamento.

Senza l’educazione ogni discorso e ogni tentativo di smuovere una situazione tanto stagnante risulterà gravemente invalidato dalla forma mentis delle persone. Per questo parlare, far emergere il problema e discuterne apertamente è il modo che ciascuno di noi ha per poter contribuire al tentativo di modificare l’attuale situazione. Non c’è niente di semplice e scontato in questa dinamica ma iniziare a contribuire attraverso il confronto è un dovere sociale per chiunque si renda conto che per poter vivere in un contesto rispettoso e rispettabile il primo passo è l’attenzione all’altro, percepire i problemi che limitano un’esistenza dignitosa e piena come i propri anche se non interferiscono direttamente con le nostre vite perché in realtà lo fanno e prendere coscienza di questo è quanto di più umano e costruttivo si possa fare per definire chi siamo.

Virginia Mancori